La Comunità dei Monaci Vallombrosani

formano un ramo dell’ordine benedettino; il loro nome deriva da Vallombrosa, luogo montano ad una trentina di chilometri da Firenze, dove il fondatore, san Giovanni Gualberto, si ritirò intorno al 1036 con alcuni compagni
per vivere con rinnovato ardore l’originario spirito della regola di san Benedetto, dedicandosi alla preghiera, al lavoro, all’accoglienza dei pellegrini. Alla scelta di un’austera vita monastica, Giovanni Gualberto fu indotto da un evento miracoloso: raccolto in preghiera nella chiesa di San Miniato al Monte dinanzi al Crocifisso, dopo che aveva coraggiosamente perdonato l’uccisore del fratello, egli vide il Cristo piegare la testa in segno di approvazione.
Presto alla riforma monastica di Vallombrosa si unirono altri monasteri in Toscana e fuori, sotto la guida carismatica del Gualberto formando la Congregazione Vallombrosana riconosciuta ufficialmente dal Papa Urbano II nel 1090.

SANTA TRINITA
Alla Congregazione Vallombrosana, che ebbe subito notevole diffusione in Toscana, si unì presto il Monastero di Santa Trinita forse già nel corso dell’XI secolo. Qui, appena fuori dell’antica cerchia muraria, sul sito di un oratorio noto fin dai tempi di Carlo Magno, i vallombrosani eressero una prima chiesa – in stile romanico – dedicata alla Ss. Trinità. Con l’espansione della città e la costruzione della seconda cerchia muraria (1172-1173) questa chiesa risultò inglobata nel tessuto abitativo acquistando l’importanza dei grandi monasteri urbani, quale la Badia Fiorentina, e ricevette quindi il titolo abbaziale. La comunità svolge un ruolo di grande importanza nella storia della città e della Congregazione.

Così, nel clima di un rinnovamento architettonico della Firenze due-trecentesca (che vide sorgere Palazzo Vecchio, le grandi basiliche degli ordini mendicanti e il nuovo duomo), anche Santa Trinita fu ampliata con la sovrapposizione – proprio sulle mura della precedente – di una chiesa più alta e più lunga, in stile gotico. La sua pianta a croce egizia riprende quella delle chiese degli ordini mendicanti , ma presenta anche – per la prima volta nel gotico toscano – vere e proprie cappelle lungo le navate laterali. L’interno, a tre navate con volte a crociera, fu affrescato da famosi artisti del Tre-Quattrocento; nei secoli seguenti, quando la chiesa fu adattata allo spirito della Controriforma e al gusto della Firenze granducale, questa decorazione venne quasi totalmente coperta. Solo alla fine dell’Ottocento si procedette a un ripristino del suo carattere medievale, con interventi anche di ripittura e integrazioni, che furono poi rimosse nei più recenti restauri degli anni Sessanta di questo secolo.

Nell’interno sono presenti opere del Vasari, Giovanni della Robbia, Benedetto da Rovezzano ed opere della scuola dell’Orcagna.
Nella chiesa sono conservati le scaglie di pietra del Santo Sepolcro con le quali si accende il Fuoco della Pasqua, e il Porta fuoco con il quale viene trasportato alla Cattedrale.

Dopo le soppressioni, Napoleonica prima e dello stato Italiano dopo, il monastero fu convertito in una scuola pubblica ed oggi vi è una sezione dell’Università di Firenze, più precisamente la facoltà del Magistero. Ai pochi monaci superstiti è rimasta solo una minima parte come residenza per esercitare il ministero parrocchiale.

 

BADIA A PASSIGNANO
Il monastero di Badia a Passignano già esistente alla fine del secolo X, nel 1050 fu affidato a S. Giovanni Gualberto (+ 1073) perché vi ripristinasse la vita monastica secondo la Regola di San Benedetto, sintetizzata nel motto "Ora et labora": preghiera e lavoro.

Parte del complesso monumentale è stato costruito nel secolo XIII in stile romanico: facciata della Chiesa, Cripta, Campanile; gran parte del monastero, invece, fu ristrutturato in stile rinascimentale nel secolo XV.

Molto importante e significativo è l’affresco nel Refettorio Monastico che rappresenta l’Ultima Cena di Domenico Ghirlandaio che realizzò nel 1476, il Chiostro interno nel 1455: questo è stato il periodo più fulgido del monastero sotto la guida dell’Abate Francesco Altoviti e Isidoro del Sera.

Per le vicende a tutti note, i monaci furono espulsi dal monastero il 10 ottobre 1810 con la prima soppressione napoleonica, che però riacquistarono nel 1818, insediandovi una piccola Comunità.
A pochi anni di distanza, nel 1866, vi fu la soppressione voluta dal Governo Italiano e la Badia fu venduta all’asta.
Anche in questo periodo di allontanamento dei monaci dal monastero, 2 o 3 monaci sono rimasti sempre a custodire le spoglie mortali del loro fondatore S. Giovanni Gualberto.
Solo nel 1986, il 10 ottobre, i monaci sono potuti rientrare nel monastero e ripristinare la vita monastica con una piccola comunità.

In questi ultimi anni, sono stati fatti vari interventi nelle opere murarie: revisione di gran parte di tetti, risistemazione dell’ex-infermeria, nei locali dell’ex-fattoria è stata aperta una piccola foresteria, che si spera di ampliare. www.passignano.org

SANTUARIO DI MONTENERO
I monaci Vallombrosani dell’Ordine di San Benedetto, custodi del Santuario, centro di questo meraviglioso paesello, che gelosamente custodisce la Venerata Immagine della Madonna di Montenero, datano la loro presenza nel 1790.

Notizie storiche parlano di un eremita vallombrosano della Sambuca già custode dell’Immagine nel 1400. Tuttavia dal loro ingresso i monaci si sono sempre prodigati per l’ampliamento e l’abbellimento del Santuario nonché la divulgazione della devozione verso la Madre di Dio.

Il Santuario di Montenero è sorto nel XIV secolo, con "l’ apparizione dell’immagine della Madonna" (15 maggio 1345) a un pastore, nei pressi dell’ Ardenza, dove ora sorge, a ricordo, la suggestiva Cappella dell’Apparizione.
L’attuale costruzione del Santuario è stata realizzata in periodi diversi: alcune parti sono del 1500, altre del 1700.

Possiede pregevoli opere d’arte: il dossale fiammingo del sec. XV, la Crocifissione; l’antico altare di marmo; innumerevoli quadri ex-voto che rivestono le pareti e le Gallerie, tra cui l’ex-voto di Giovanni Fattori e quello di Renato Natali; il prezioso soffitto d’oro del 1600; il parato artistico in laminato d’oro; etc. www.santuariomontenero.org

PARROCCHIA DELLE GRAZIE
Nel 1966 viene affidato il Santuario della B.V. delle Grazie alla cura dei Monaci Benedettini di Vallombrosa.
L’anno 1624, come si legge nelle Aggiunte alla Cronaca di Sebastiano Mantica, apparve la Madonna delle Grazie che stava dipinta sopra un capitello lungo la via che da Pordenone correva a San Gregorio. Il fatto miracoloso richiamò i Pordenonesi a visitare l’Immagine della Beata Vergine e a fare copiose offerte così che si potè pensare alla erezione di una Chiesa (1626). Da quel dì crebbe sempre più la venerazione per la taumaturga Immagine.

All’interno della chiesa è conservata la tela della Madonna, dipinta da P. Varottari detto il Padovanino.
Il Tempio conserva la sua classica imponenza. La facciata, sormontata da un armonioso rosone, si apre solenne sul piazzale antistante; mentre l’interno, a tre navate con transetto, è particolarmente raccolto e suggestivo. L’attenzione è rivolta all’immagine della Vergine, al di sopra dell’altare maggiore, maternamente protesa verso i suoi figli.
Pitture e arredi subirono gravi danni per l’inondazione del Noncello del 1966. Negli anni successivi i Monaci Benedettini di Vallombrosa provvidero al restauro ed alla ristrutturazione. L’organo, inaugurato nel 1975 con un applauditissimo concerto, era stato ideato dai Religiosi come omaggio finale al loro fondatore San Giovanni Gualberto, nel IX Centenario della sua morte.
A lato dell’altare delle celebrazioni si erge maestoso un grande Crocifisso in bronzo, opera della scultrice fiorentina Amalia Ciardi-Duprè.
Delle antiche tavolette votive ne rimangono una decina, sufficientemente significative per testimoniare nel tempo la pietà dei fedeli.
La Vergine delle Barche del primitivo Capitello e dell’antica chiesa e quella attuale delle Grazie, rimane per eccellenza la "Madonna dei pordenonesi", la loro venerata e celeste Patrona; mentre il Santuario continua ad essere un segno visibile della presenza di Dio, un luogo privilegiato della sua misericordia.